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GENNAIO
Mi
piace seguire gli ordini dei miei maestri e dedicarmi alla vita pubblica;
mi piace riportare onori e trionfi non certo perché attratto dalla
porpora e dalle insegne del potere, ma per essere più sollecito
e più utile agli amici, ai parenti e a tutti i concittadini, e insomma
a tutti gli uomini.
placet
imperia praeceptorum sequi et in mediam ire rem publicam; placet honores
fascisque non scilicet purpura aut uirgis abductum capessere, sed ut amicis
propinquisque et omnibus ciuibus, omnibus deinde mortalibus paratior utiliorque
sim.
SENECA,
«DE TRANQUILLITATE ANIMAE»
FEBBRAIO
Oh
le notturne, le divine cene
presso
il mio focolare: dov'io stesso
mangio
coi cari amici e pasco i servi
insolenti
coi resti della tavola.
A
piacere si vuotano bicchieri
ineguali,
da sciocche convenienze
liberi,
e chi da forte bevitore
sceglie
vino robusto e chi la gola
gradisce
inumidirsi di leggero.
E
si discorre allora: non di ville,
non
di case degli altri, non se Lepos
danzi
più o meno bene: ma di cose
che
ci toccano serie da vicino
e
che ignorare è male: se felici
gli
uomini siano per virtù o ricchezze,
che
cosa ci sospinga all'amicizia,
se
l'utile o l'onesto; e quale sia
del
bene la natura e la pienezza.
O noctes
cenaeque deum! quibus ipse meique
ante
Larem proprium vescor vernasque procaces
pasco
libatis dapibus. prout cuique libido est
siccat
inaequalis calices conviva, solutus
legibus
insanis, seu quis capit acria fortis
pocula
seu modicis uvescit laetius. ergo
sermo
oritur, non de villis domibusve alienis,
nec
male necne Lepos saltet; sed quod magis ad nos
pertinet
et nescire malum est agitamus: utrumne
divitiis
homines an sint virtute beati;
quidve
ad amicitias, usus rectumne, trahat nos;
et
quae sit natura boni summumque quid eius.
ORAZIO,
«SERMONUM»
MARZO
Prosciutto
Dopo
aver lessato il prosciutto con numerosi fichi secchi e tre foglie di alloro,
staccane la cotenna
e
fai delle incisioni che riempirai di miele.
Quindi
mescola farina e olio, così gli rifai la pelle; quando la farina
sarà cotta, toglilo dal forno cosi come sta e servi.
Pernam,
ubi eam cum caricis plurimis elixaveris et tribus lauri foliis, detracta
cute tessellatim incidis et melle complebis. Deinde farinam oleo subactam
contexes et ei corium reddis et, cum farina cocta fuerit, eximas furno
ut est, et inferes.
APICIO,
«DE RE COQUINARIA»
Maiale
farcito
Il
porcellino all’ortolana si disossa per la gola come se dovessi ricavarne
un otre. Si farcisce
con
pollo sminuzzato molto finemente, tordi, beccafichi, ripieno ricavato dalla
sua polpa, salsicce, datteri disossati, bulbi affumicati, chiocciole
sgusciate, malva, bietole, porri, sedano, broccoli lessati, coriandolo,
pepe in grani, pinoli; si aggiungono 15 uova, garum al pepe — le uova vanno
messe tritate. Si ricuce e gli si ridà consistenza. Si arrostisce
al forno. Quindi si taglia dalla parte del dorso e si irrora con la salsa
seguente: pepe macinato, ruta, garum, vino passito, miele, poco olio; all’ebollizione
si mette fecola per legare il tutto.
Porcellus
hortolanus exossatur per gulam in modum utris. Mittitur in eo pullus esiciatus
particulatim concisus, turdi, ficetulae, esicia de pulpa sua, lucanicae,
dactili exossati, fabriles bulbi, cocleae exemptae, malvae, betae, porri,
apium, coliculi elixi, coriandrum, piper integrum, nuclei, ova XV superinfunduntur,
liquamen piperatuni — ova mittantur trita — et consuitur et praeduratur.
In furno assatur. Deinde a dorso scinditur et iure hoc perfunditur: piper
teritur, ruta, liquamen, passum, mel, oleum modicum; cum bullierit, amulum
mittitur.
APICIO,
«DE RE COQUINARIA»
APRILE
Io
te lo dicevo: «Smetti di colorare i tuoi capelli».
Ormai
non hai più nessuna chioma da poter tingere...
Se
li avessi lasciati la naturale, cosa c’era più lungo di essi?
Ti
giungevano ai fìanchi in tutta la loro estensione.
E
com'erano sottili, tanto da avere timore di pettinarli,
simili
ai tessuti che hanno gli abbronzati Seri,
o
al filo che il ragno stende con gracile piede quando
sotto
una trave abbandonata tesse la sua rete
impalpabile.
Non erano bruni i tuoi capelli, né biondi,
ma
né l’uno né l’altro, misti entrambi i colori,
come
sono sull’alto cedro, strappatagli la corteccia,
nelle
umide valli della ripida Ida .
Aggiungi
che erano docili e adatti a cento ondulazioni diverse, e mai
causa a te di nessun dolore.
Non
era la forcina, non i denti del pettine a strapparli,
la
pettinatrice aveva sempre il suo corpo al sicuro:
spesso
ti ha acconciato davanti ai miei occhi e mai
tu,
la padrona, strappata la forcina le hai ferito le braccia.
DICEBAM
«MEDICARE TUOS DESISTE CAPILLOS».
TINGERE
QUAM POSSIS, IAM TIBI NULLA COMA EST.
At
si passa fores, quid erat spatiosius illis?
Contigerant
imum, qua patet usque. latus,
Quid,
quod erant tenues, et quos ornare timeres,
Vela
colorati qualia Seres habent,
Vel
pede quod gracili deducit aranea filum,
Cum
leve deserta sub trabe nectit opus.
Nec
tamen ater erat neque erat tamen aureus ille,
Sed,
quamvis neuter, mixtus uterque color,
Qualem
clivosae madidis in vallibus Idae
Ardua
derepto cortice cedrus habet.
Adde,
quod et dociles et centum flexibus apti
Et
tibi nullius causa doloris erant:
Non
acus abrupit, non vallum pectinis illos;
Ornatrix
tuto corpore semper erat:
Ante
meos oculos saepe est ornata nec umquam
Bracchia
derepta saucia fecit acu.
OVIDIO, «Amores»
MAGGIO
Anello
che cingerai il dito della mia bella fanciulla,
e
che vali soltanto per l’amore di chi ti dona,
va’
dono gradito; te lietamente accolto,
ella
infili subito nelle leggiadre falangi;
possa
starle bene, come ella sta bene a me,
e
con cerchio esatto le stringa perfettamente il dito.
Anello
fortunato, passerai tra le mani della mia donna,
ed
io, infelice, invidio i miei stessi doni.
Oh,
potessi subito trasformarmi nei miei regali
per
le arti magiche della Eea e del vecchio di Scàrpanto!
Anule,
formonsae digitum vincture puellae,
In
quo censendum nil nisi dantis amor,
Munus
eas gratum; te laeta mente receptum
Protinus
articulis induat illa suis;
Tam
bene convenias quam mecum convenit illi
Et
digitum iusto commodus orbe teras.
Felix,
a domina tractaberis, anule, nostra;
Invideo
donis iam miser ipse meis.
O
utinam fieri subito mea munera possem
Artibus
Aeaeae Carpathiive senis!
OVIDIO,
«AMORES»
GIUGNO
La
mattina non ti lasciano vivere
i
maestri di scuola, di notte i fornai
e
a tutte le ore del giorno i calderai
che
battono con i loro martelli.
Qua
c'è un cambiavalute che non avendo altro da fare rivolta un mucchio
di
monete sul suo sudicio tavolo,
là
un operaio che batte col lucido mazzuolo il sasso del minerale aurifero
della Spagna già ridotto in pezzi,
né
cessa di vociare la fanatica turba
degli
iniziati al culto di Bellona.
E
non la smettono piú: il naufrago,
tutto
avvolto nelle bende, di ripetere
la
sua storia; il piccolo ebreo, ammaestrato dalla madre, di chiedere l'elemosina
frignando; il rivendugliolo cisposo di offrire gridando gli zolfanelli...
E chi dirà quante mani battono in città su recipienti
di rame quando, durante un'eclissi di luna, si fanno sortilegi
e
pratiche di magia?
Negant
vitam
Ludi
magistri mane, nocte pistores,
Aerariorum
marculi die toto;
Hinc
otiosus sordidam quatit mensam
Neroniana
nummularius massa,
Illinc
palucis malleator Hispanae
Tritum
nitenti fuste verberat saxum;
Nec
turba cessat entheata Bellonae,
Nec
fasciato naufragus loquax trunco,
A
matre doctus nec rogare Iudaeus,
Nec
sulpuratae lippus institor mercis.
Numerare
pigri damna qui potest somni,
Dicet
quot aera verberent manus urbis,
Cum
secta Colcho Luna vapulat rhombo?
MARZIALE,
«Epigrammi»
LUGLIO
Capitai
per caso ad uno spettacolo sul mezzogiorno, aspettandomi qualche scenetta
comica che potesse
distrarre
la mente e far riposare gli occhi dalla vista del sangue umano. E’avvenuto
proprio il contrario: le lotte precedenti erano state atti di bontà
in confronto; ora non piú finti combattimenti ma veri e propri
omicidi.
Non
hanno armi di difesa: esposti in tutto il corpo ai colpi,
non
ne allungano mai uno invano. E la maggior parte degli spettatori preferisce
queste scene alle coppie ordinarie di gladiatori e a quelle straordinarie
concesse a richiesta del pubblico. E perché non dovrebbe preferirle?
Contro i colpi di spada non c'è elmo né scudo. A che
le difese? A che le schermaglie? Servono solo a ritardare la morte. Al
mattino gli uomini sono dati in pasto ai leoni e agli orsi, dopo il mezzogiorno
ai loro spettatori.
Coloro
che hanno già ucciso devono affrontare altri che li uccideranno
e il vincitore viene serbato per essere ucciso a sua volta. La morte è
la tragica conclusione a cui i combattenti vengono spinti col ferro
e col fuoco. E tutto ciò avviene nell' intervallo del mezzogiorno!
«Ma« si dirà «costui è un brigante, un
assassino». E che perciò? Perché ha ucciso,
egli ha meritato questa pena; tu, o sciagurato, quale delitto hai commesso
per dover assistere a un simile spettacolo? «Uccidi, flagella, brucia!
Perché quello va incontro alle armi con tanta paura? Perché
non ha il coraggio di uccidere? Perché non è disposto
a morire volentieri? Lo si spinga al combattimento a nerbate;
l'uno
e l'altro espongono i petti nudi ai reciproci colpi». Lo spettacolo
è sospeso. Intanto non si stia senza far niente, si sgozzi
qualcuno!
Casu
in meridianum spectaculum incidi lusus exspectans et sales et aliquid
laxamenti, quo hominum oculi ab humano cruore adquiescant: contra est.
Quicquid ante pugnatum est, misericordia fuit; nunc omissis nugis mera
homicidia sunt: nihil habent quo tegantur,
ad
ictum totis corporibus expositi numquam frustra manum mittunt. Hoc plerique
ordinariis paribus et postulaticiis praeferunt.
Quidni
praeferant? Non galea,non scuto repellitur ferrum. Quo munimenta?
Quo
artes? Omnia ista mortis morae sunt.
Mane
leonibus et ursis homines, meridie spectatoribus suis obiciuntur.
Interfectores interfecturis iubent obici et victorem in aliam detinent
caedem; exitus pugnantium. mors est: ferro et igne res geritur. Haec fiunt,
dum vacat harena. «Sed latrocinium, fecit aliquis, occidit Hominem».
Quid ergo? Quia occidit, ille meruit ut hoc pateretur: tu quid meruisti
miser, ut hoc spectes ? « Occide, verbera, ure! Quare tam timide
incurrit in ferrum? quare parum audacter occidit? quare parum libenter
moritur? Plagis agatur in vulnera, mutuos ictus nudis et obviis pectoribus
excipiant». Intermissum est spectaculum: «Interim iugulentur
homines, ne nihil agatur».
SENECA,
«EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM»
AGOSTO
Abito
proprio sopra un bagno pubblico; immaginati perciò ogni sorta di
voci che possano assordare le orecchie. Quando gli "atleti" s'esercitano
a sollevare i pesi di piombo e s'affaticano o fingono d'affaticarsi, io
li sento gemere e ogni volta che mettono fuori il fiato prima trattenuto,
sento i sibili del loro respiro.
Se
qualcuno se ne sta zitto a farsi fare il
massaggio,
allora sento la mano che passa sulla spalla e fa un suono diverso
a seconda che colpisca piatta o incavata. Quando poi arrivano quelli che
giocano a palla e cominciano a contare i colpi
ad
alta voce, è finita.
C'è
anche l'attaccabrighe, il ladro colto sul fatto, il chiacchierone
che si compiace d'ascoltare il suono della sua voce. E che dire del fracasso
che fanno quelli che si tuffano nella piscina? Ma tutti questi, perlomeno,
emettono voci che sono normali: pensa al depilatore che per richiamare
l'attenzione sui servigi che offre parla in falsetto e non sta zitto
che quando strappa i peli a qualcuno; ma allora fa urlare chi gli
sta sotto! Senza contare le esclamazioni e le grida sempre diverse del
venditore di bibite, del salsicciaio, del pasticcere e di tutti i
garzoni delle bettole che vanno in giro magnificando i loro prodotti,
ognuno con una speciale modulazione di voce!.
supra
ipsum balneum habito. Propone nunc tibi omnia genera vocum quae in odium
possunt aures adducere: cum fortiores exercentur et manus plumbo graves
iactant, cum aut laborant aut laborantem imitantur, gemitus audio, quotiens
retentum spiritum remiserunt, sibilos et acerbissimas respirationes; cum
in aliquem inertem et hac plebeia unctione contentum incidi, audio crepitum
illisae manus umeris, quae prout plana pervenit aut concava, ita sonum
mutat. Si vero pilicrepus supervenit et numerare coepit pilas, actum est.
Adice
nunc scordalum et furem deprensum et illum cui vox sua in balineo placet,
adice nunc eos qui in piscinam cum ingenti impulsae aquae sono saliunt.
Praeter istos quorum, si nihil aliud, rectae voces sunt, alipilum cogita
tenuem et stridulam vocem quo sit notabilior subinde exprimentem nec umquam
tacentem nisi dum vellit alas et alium pro se clamare cogit; iam biberari
varias exclamationes et botularium et crustularium et omnes popinarum institores
mercem sua quadam et insignita modulatione vendentis.
SENECA,
«EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM»
SETTEMBRE
Che
il littore non faccia motto
e
che non fiatino neppure le sue verghe;
che
l'assegnaposto non si metta a girare
sotto
il naso della gente e non accompagni nessuno finché l'attore
è in scena.
Quegli
sfaticati, poi, che stanno a dormire
fino
a tarda ora, adesso se ne stiano
cheti
cheti o almeno non cerchino
di
continuare a dormire.
Gli
schiavi non invadano i posti a sedere,
ma
lascino spazio libero per i liberi,
oppure
vedano di pagare il loro riscatto.
Se
non sono in grado di farlo, se ne tornino pure a casa e così scanseranno
un doppio guaio: quello di essere ridotti a rabesco a furia di vergate
sul posto o a furia di staffile in casa, se, per caso, al ritorno del padrone,
non
hanno fatto le cose a modo.
Le
balie badino ai loro frugoletti in casa
e
non li portino a teatro, perché non abbiano a soffrir la sete
esse stesse e i marmocchi
non
soffrano la fame e si mettano
a
belare come tanti capretti.
Le
matrone stiano a vedere senza
parlare,
stiano a ridere senza parlare;
qui
si guardino bene dal parlottare
con
quelle loro voci squillanti e riservino
il
chiacchericcio per quando sono a casa:
così
non gonfieranno i loro mariti
anche
qua allo stesso modo che a casa.
neu
lictor verbum aut virgae muttiant,
neu
dissignator praeter os obambulet
neu
sessum ducat, dum histrio in scaena siet.
diu
qui domi otiosi dormierunt, decet
animo
aequo nunc stent, vel dormire temperent. servi ne obsideant, liberis ut
sit locus,
vel
aes pro capite dent; si id facere non queunt,
domum
abeant, vitent ancipiti infortunio,
ne
et hic varientur virgis et loris domi,
si
minus curassint, quom eri reveniant domum.
nutrices
pueros infantis minutulos
domi
ut procurent neu quae spectatum adferat,
ne
et ipsae sitiant et pueri pereant fame
neve
esurientes hic quasi haedi obvagiant.
matronae
tacitae spectent, tacitae rideant,
canora
hic voce sua tinnire temperent,
domum
sermones fabulandi conferant,
ne
et hic viris sint et domi molestiae.
PLAUTO, «POENULUS»
OTTOBRE
Non
orientare al sole cadente i tuoi vigneti,
non
seminare il nocciòlo tra le viti, non cogliere
[
la loro cima,
non
strappare i polloni dalla sommità della pianta (tanto li ama la
terra), non offendere i germogli
[
con ferro smussato,
e
non intromettere tronchi di olivo selvatico.
Infatti
spesso ad incauti pastori cadono faville
[
di fuoco
che
prima nascosto sotto la pingue corteccia,
prende
poi vigore e levatosi alle alte fronde,
manda
un grande strepito al cielo; indi si propaga vittorioso per i rami, regna
sulle alte cime
e
avvolge di fiamme tutto il bosco, e denso
avventa
al cielo una nera nube di caligine
[
come di pece,
soprattutto
se dall’etere piomba un turbine
sulla
selva e il vento addensa e propaga le fiamme.
Quando
accade ciò le viti non ricevono più forza
[
dalle radici,
e
potate non ritornano simili e non rinverdiscono
[
dal profondo
della
terra: sopravvive l’infecondo oleastro
[
dalle amare foglie.
Neve
tibi ad solem vergant vineta cadentem
neve
inter vitis corylum sere neve flagella
summa
pete aut summa defringe ex arbore plantas
(tantus
amor terrae) neu ferro laede retunso
semina
neve olea silvestris insere truncos.
Nam
saepe incautis pastoribus excidit ignis,
qui
furtim pingui primum sub cortice tectus
robora
comprendit, frondesque elapsus in altas
ingentem
caelo sonitum dedit; inde secutus
per
ramos victor perque alta cacumina regnat
et
totum involvit flammis nemus et ruit atram
ad
caelum picea crassus caligine nubem,
praesertim
si tempestas a vertice silvis
incubuit
glomeratque ferens incendia ventus.
Hoc
ubi, non a stirpe valent caesaeque reverti
possunt
atque ima similes revirescere terra;
infelix
superat foliis oleaster amaris.
VIRGILIO, «GEORGICA»
NOVEMBRE
«Che
mi dici, amico mio carissimo?
Stai
costruendo il mio monumento funebre secondo le mie istruzioni? Ti prego
caldamente di riprodurre, ai piedi della mia statua, la cagnetta, delle
corone, dei profumi, e tutte le battaglie di Petraite, di modo che, grazie
a te, mi tocchi di poter vivere dopo morto; inoltre cura che il monumento
sia largo cento piedi e profondo duecento. Desidero infatti che intorno
alle mie ceneri cresca ogni genere
di
frutta e viti in abbondanza.
È
infatti un puro controsenso che si posseggano in vita case ben curate e
non ci si preoccupi di tenere a posto quelle in cui si è costretti
ad abitare più a lungo. E per questo intendo che, in cima a tutto,
sia posta la scritta
«questo
monumento non passi all’erede»».
«quid
dicis,» inquit «amice carissime?
Aedificas
monumentum meum, quemadmodum te iussi? valde te rogo ut secundum pedes
statuae meae catellam pingas et coronas et unguenta et Petraitis omnes
pugnas, ut mihi contingat tuo beneficio post mortem vivere; praeterea ut
sint in fronte pedes centum, in agrum pedes ducenti. Omne genus enim poma
volo sint circa cineres meos,
et
vinearum largiter. Valde
enim
falsum est vivo quidem
domos
cultas esse, non curari
eas,
ubi diutius nobis habitandum
est.
Et ideo ante omnia adici
volo:«Hoc
monumentum
heredem
non sequatur»».
PETRONIO, «SATYRICON»
DICEMBRE
A
te padre Frontone,
a
te madre Flaccilla
affido
questa bimba,
bacio
e delizia mia.
Che
la piccola e tenera Erotion
non
provi orrore per le ombre nere
e
per le bocche mostruose
del
tartareo cane.
Avrebbe
intero compiuto il sesto inverno,
se
fosse vissuta ancor sei giorni.
Oh,
ch’essa giuochi e folleggi
tra
i suoi patroni tanto vecchi
e
cinguetti il mio nome
con
la boccuccia ancora balbettante.
Ricopra
una zolla non dura
le
sue tenere ossa:
tu,
terra,
non
essere pesante su di lei:
essa
su di te pesò sì poco.
Hanc
tibi, Fronto pater, genetrix Flacilla, puellam
Oscula
commendo deliciasque meas,
Parvola
ne nigras horrescat Erotion umbras
Oraque
Tartarei prodigiosa canis.
Impletura
fuit sextae modo frigora brumae,
Vixisset
totidem ni minus illa dies.
Inter
tam veteres ludat lasciva patronos
Et
nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia
non rigidus caespes tegat ossa, nec illi,
Terra,
gravis fueris: non fuit illa tibi.
MARZIALE, «EPIGRAMMI» |
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