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L’ultimo settore del Museo
di Cividate è ricco di vetrine che ospitano corredi funerari provenienti
da Cividate, Breno, Borno.
I ritrovamenti di necropoli
costituiscono una preziosa fonte di informazione per lo studio della cultura
materiale antica: paradossalmente è il mondo dei morti che ci racconta
il mondo dei vivi.
I Romani, così come
la maggior parte delle civiltà antiche, solevano seppellire i propri
cari insieme agli oggetti che ne avevano caratterizzato la vita quotidiana
e ad oggetti che avevano una forte valenza simbolica. La lucerna doveva
illuminare il cammino nell’aldilà, mentre la moneta era indispensabile
per pagare Caronte, il nocchiero infernale.
Particolarmente significativa
è la tomba a cassa di pietra con coperchio a doppio spiovente riproposta
con gli oggetti di corredo all’interno: si tratta di una sepoltura venuta
alla luce intorno al 1950 a Cividate, in loc. Broli, in un terreno agricolo.
All’interno sono stati trovati alcuni balsamari, una lucerna e un’olla
ovoidale di vetro, chiusa ermeticamente da un piatto, sempre in vetro,
contenente le ossa del defunto.
[Urna
funeraria.
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La tipologia della tomba
a cassa di pietra ritorna anche a Borno ed è una delle forme più
“ricche” di sepoltura nella Valcamonica romana. Altre tombe erano a cassa
di tegole oppure scavate nella nuda terra, a volte protette solo
superiormente da lastre di pietra.
I riti funerari praticati
nel mondo romano sono tre: inumazione, cremazione e imbalsamazione. Fino
alla diffusione del Cristianesimo, in tutto il mondo romano prevale la
cremazione.
Quasi tutte le tombe rinvenute
sono a cremazione: le ossa sono conservate in cinerari di ceramica o in
pietra ollare, in olle di vetro, in semplici sacchetti di stoffa o in cassette
di legno (negli ultimi due casi il materiale deperibile è ovviamente
perduto).
In conformità con
quanto stabiliva la legge e testimonia Cicerone “Nessun uomo morto
veniva cremato o inumato all’interno della città”. Le necropoli
erano collocate in genere lungo le strade, immediatamente all’uscita della
città in modo che chi entrava nel mondo dei vivi doveva per forza
attraversare il mondo dei morti.
La città di Cividate
aveva due necropoli: una, ubicata lungo l’attuale via Marconi (la strada
lungo fiume che collega Cividate ad Esine), l’altra in via Piana (la strada
che collega Cividate a Berzo Inferiore). Della necropoli di via Marconi,
rinvenuta tra il 1956 e il 1957, vennero alla luce 23 tombe, alcune delle
quali racchiuse in recinti funerari.
La necropoli di via Piana
venne alla luce nel 1955: furono ritrovate 10 tombe con corredi abbastanza
poveri, inserite anch’esse in recinti funerari.
Fra il materiale delle vetrine
osserviamo i grandi contenitori ceramici che fungevano da cinerari e le
urne in pietra ollare; funzionali al rituale della cremazione erano i balsamari,
che contenevano unguenti e profumi con cui venivano asperse le ossa del
defunto. Curiose sono le due pissidi in osso trovate l’una in via Piana
e l’altra in via Marconi: si tratta di piccoli contenitori di cosmetici,
caratteristici della toeletta femminile. Da via Piana provengono anche
boccalini con depressione sotto l’ansa, tipici di una produzione indigena
e una fibula d’argento.
Provengono sempre da Cividate
i due cippi funerari con bassorilievo raffigurante un supplice togato che
dobbiamo immaginare originariamente collocati agli angoli di un medesimo
recinto funerario.
Oltre a Cividate, tutta
la Valle Camonica ha restituito tombe romane: i ritrovamenti più
cospicui vengono da Breno, Borno e Lovere ( i materiali di Lovere sono
al Museo del Castello Sforzesco di Milano).
Tra il materiale recuperato
dalla necropoli di Breno, venuta alla luce in via Garibaldi nel 1969,
risultano particolarmente interessanti due vasi (una coppa e un cratere)
in ceramica invetriata decorata.
La necropoli di Borno rappresenta
il complesso funerario più interessante finora rinvenuto in Valcamonica:
collocata alla periferia dell’abitato, lungo la strada proveniente da Malegno,
era organizzata a recinti allineati. Nel 1984 venne scavato un recinto
con all’interno 11 sepolture, tre delle quali in cassa litica contenente
un ricco corredo. Fra gli oggetti abbondano attrezzi in metallo (coltelli,
rasoi, cesoie), in gran parte fusi insieme dall’azione del fuoco.
Interessanti sono la borraccia,
collegata alla volontà di saziare la sete del defunto, e la coppetta
a tre piedi, sorta di “vassoio da portata”, testimonianza della pratica
diffusa di offrire cibo al morto.
Assai significativi dal
punto di vista culturale e ideologico sono gli oggetti (amuleti, bracciali,
anelli, fibule) in oro e argento appartenenti ad un ambito preromano.
Connessi ai rituali delle
libagioni funebri sono la patera (piatto) e l’oinochoe (brocca) presenti
ai lati degli altari.
Proviene
da Ossimo la bella stele funeraria a ritratti con dedica nella parte inferiore:
l’altro unico esempio di monumenti del genere in Valcamonica si trova murato
vicino alla cella campanaria della chiesa di Rogno. Da notare la testa
di Gorgone al centro, con funzione apotropaica.
Da Braone provengono 9 monete
auree del tardo Impero, recuperate all’interno di una teca di piombo rinvenuta
in una tomba a inumazione, probabilmente reimpiegata con funzione di ripostiglio
in un periodo di profonda crisi (dopo il 518 d.C.).
[ stele funeraria di incerta
provenienza,
ritrovata ad Ossimo.
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A cura della prof. ssa
S. Solano e della classe V B I.P.S.S.C.T. “G. Ghislandi” Breno. |
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